Tette e la zona grigia della partenza.

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3 febbraio, 2014

La prima settimana senza Tette è volata via lieve. Ho fatto di tutto perché non accadesse il contrario. Perché non mi montasse la nostalgia e la malinconia che avevo preventivato quando mi disse: “io lascio casa, città, te e tutto il resto e vado via”. Sono stata veramente brava, e lo sono sembrata anche agli occhi degli altri, perché anche quando mi è venuto un po’ da piangere ho prontamente interrotto il transfert e mi sono data una calmata.

Temevo di non farcela.

Dopotutto, in questi trent’anni io e lei abbiamo condiviso veramente tanto, tutto. Una stanza con la moquette, un mangiacassette (che lei nè ha decretato la fine riempiendolo di noccioli di ciliege) la bambola coi pattini, i costumi da bagno, l’armadio, qualche volta persino le mutande. Le risate la notte nel lettone, i numeri 36-37 e 38 delle scarpe comprate in società, gli amici in una città nuova per entrambe. E poi ancora, quel guscio vuoto che abbiamo dovuto riempire di lacrime prima, e di complicità poi.

Io l’ho vista crescere e cambiare, fidanzarsi. Lei mi ha visto maturare, innamorarmi, perdermi e ritrovarmi. Ci siamo viste felici, disperate, euforiche e depresse.

Io e lei, nostro malgrado, abbiamo avuto pochissimi segreti.

Io e lei siamo il cacio e il maccherone, per intenderci (sic!)

E così, proprio sette giorni fà, quell’elemento indispensabile nella mia vita (il maccherone) è passato da casa a prima mattina. E ha fatto finta che quella era una partenza qualsiasi.

“allora ciao. Buon viaggio. Andate piano”.

lei: “ciao. Tanto ci rivedremo prestissimo”.

“Certo, è proprio quel prestissimoche mi fa paura”, le avrei dovuto dire. E invece abbiamo evitato gli sguardi. Ci siamo concentrate su altro, sui gesti soliti, le parole rituali, i confini noti. Perché si sà, il problema è la zona grigia della partenza, quel passaggio tanto difficile dal ciao al cattivo umore.

Ma una volta che la porta di casa si è chiusa, e Tette si apprestava a celebrare la sua corsa sull’A14, io ho fatto dietrofronte mi sono rintanata nel luogo meno nobile della casa. Lì, in perfetta solitudine mi sono dedicata al pianto catartico. E solo quando il bagno ha raggiunto il tasso di umidità del trecento per cento, ho capito che dovevo uscire e che dovevo uscirne. Dal bagno e da quella malinconia.

In fin dei conti, lei stava solo continuando la sua vita lontano da qui, stava per realizzare i suoi sogni abbandonando il divano del civico 22, il consueto, la noia e la nebbia di questa città, per aprire gli occhi a una realtà più grande e caotica, le orecchie a nuovi accenti e la bocca a nuovi sapori.

Ha lasciato le montagne diHeidi (come dice lei) per tornare a temperature più miti e a salutare il mare a ogni risveglio.

Il resto di ciò che sarà la sua nuova vita è coperto da una coltre di riserbo, difficilmente penetrabile. Dalle scarse informazioni trapelate, si è appreso solo che:

mangerà arancini alla melanzana a colazione,

bandirà per sempre il peutereycolor cacchetta,

potrebbe convertirsi allo joggingmattutino nel parco,

cazzerà la randa spesso e le verranno le braccia muscolose,

vivrà di un lavoro nuovo e di un fidanzato farmavelista a tempo pieno,

entrambi non sovvenzioneranno più le compagnie aeree.

Qui, invece…

continueremo a sognarlo il mare e anche la granatina al pistacchio. Lei, ci mancherà un sacco (soprattutto nelle emergenze latte e sigarette) e continueremo a praticare il piantino catartico senza pudore, ma sempre in bagno e di nascosto, nella speranza che pian pianino la situazione rientri. Per il momento facciamo finta che le incursioni ectoplasmatica via skype, ci fanno sentire meno soli. E già, MENO SOLI….

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3 febbraio, 2014      4 commenti

  1. Anonymous

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