Mia nonna Emilia … per tutti nonna Miluccia.

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24 luglio, 2013

Di lei ricordo quei vestiti a fiori piccoli piccoli, che accompagnavano i passi accarezzandole le gambe bianche con le macchie scure. Ne aveva uno verde, uno blu e quello nero per i matrimoni dei nipoti. I bottoncini sempre chiusi e una collanina di oro che si intravedeva appena.

I capelli bianchi, raccolti dalle forcine scure. Le orecchie grandi a far presagire una lunga vita. Il naso piccolo e gli occhi pieni di altrove. I gesti misurati, le sue mani tremolanti su un qualsiasi libro. Leggeva qualsiasi cosa, con lo sguardo attento e il foglio sulle ginocchia. Li sceglieva a caso dalla nostra libreria. Poteva essere Isabel Allende,oppure un testo di tecnica bancaria. “Ma cosa leggi nonna? Non li capisco io” – ma lei si limitava a sorridere, a mettere il segno e lo riponeva al suo posto.

La dolcezza rendeva quieto tutto ciò che faceva, mancava di polso ma non di poesia.

I suoi racconti erano sempre brevi, mancavano di cose e di piccoli dettagli. Parlava poco, e quando lo faceva quasi non si sentiva. Era troppo candida e riservata per la prima linea. Era lieve, distante, quasi incorporea. Ci dava a merenda pane e olio, perché il cibo era un dovere e la varietà un’inutile fatica.

La sua vita accanto a undici figli, così diversi da lei. Si occupava di loro con passione e fiducia, perché era il loro futuro a interessarle. Cresciuti da sola senza quell’uomo che la rese madre troppo presto e troppe volte, per poi andarsene troppo giovane e non vederli adulti. Era una grande donna, mia nonna. Ha sopportato i soprusi di parenti senza un cuore. Il dolore, le paure di una madre sola. E’ per questo che forse, ti abbracciava poche volte e le sue rare lacrime si impigliavano fra le rughe.

Aveva una grande casa, con un grande tavolo e un lungo corridoio. La condivideva con figli e nipoti e forse con uno spirito dispettoso, (il monaciello) che qualcuno giurò di aver visto proprio lì in fondo al corridoio. Ogni stanza aveva una verità, un odore, un eco che evocava un passato che se ne è andato, prima di lei. Quel 24 luglio che doveva essere una data di sole, una vertiginosa discesa verso le vacanze estive, è invece diventata di colpo una giornata triste rimasta lì indelebile e intatta. In una delle tante stanze con la finestra affacciata sul cortile e sul sole, una di quelle in cui anni prima addormentava i suoi figli, lei si è addormentata per sempre senza preavvisi, strazi e con la serenità che l’ha contraddistinta una vita intera.


Di quel giorno ricordo un respiro sempre più flebile, la consapevolezza di essere lì affianco a lei, le sue dita sottili, un inutile affannarsi, il sole fuori, un foulard, una corsa per le scale da mia zia, la sua figlia più piccola che abitava sopra.Te ne sei andata così, in un giorno come questo. E noi, ti abbiamo lasciata andare solo perché tu volevi così e fuori c’era il sole e dentro la tua casa eravamo tanti nipoti a dare un senso alla tua assenza.

Ti abbiamo lasciata andare solo perché sapevamo che avresti lasciato tracce di te lungo le nostre strade, come fanno le persone speciali.

Ti abbiamo lasciata andare, nonna Miluccia, grati del privilegio di averti incontrata.


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24 luglio, 2013      4 commenti

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