Le amicizie: quelle di una vita e quelle frufrù

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3 novembre, 2015

Le amiche le scegli si sa, e sceglierle è un gran privilegio.

E’ una prodigiosa alchimia che si sprigiona con elementi sparsi e diversi, a seconda delle fasi della vita.

L’amica la scegli perché è simpatica, ti fa ridere, ti fa piangere, è intelligente, bella più di te o brutta più di te, perché vi capite, perché sa tenere i segreti, perché ti aiuta, perché l’aiuti, perché vorresti somigliarle, perché le somigli.

Se sei piccola la sceglie tua mamma e ti va bene così. Non poteva fare scelta migliore. Nel mio caso si chiama Valentina, aveva gli occhi a mandorla più dei miei e camminava senza fare rumore, come i suoi gatti. Con lei ho condiviso le prime penne cancellabili quelle con la gommina sul tappo, l’esultanza di scrivere ape e casa in corsivo, e soprattutto il primo mal di pancia da esame, quello della primina. L’ho rivista in spiaggia l’estate scorsa e quel buco di trent’anni anni si è fatto nullo.

Mariarita mi ha scelta, l’ho scelta o ci siamo scelte in vacanza e dall’oblò di un camper, per tanti anni, abbiamo guardato la nostra infanzia scorrere, mentre divertite facevamo il gesto delle corna agli automobilisti stranieri per poi nasconderci. La preferivo perché aveva un’indipendenza un po’ selvatica, perché col capriccio riusciva a farsi comprare di tutto, mentre io mi crogiolavo in un’educazione comunista del “non è indispensabile a papà tuo!” Il suo ricordo ha il sapore della salsedine sull’isola di Samos e l’odore delle docce e delle altalene nei campeggi di mezzo mondo. Oggi vive all’estero, e dentro quella spirale di facebook che azzera ogni distanza ci siamo rincontrate.

Jessica, ma anche Rossella e Rossana le ha scelte la parentela, il legame biologico. Siamo cugine, un po’ sorelle e per questo anche amiche. Loro sono passate attraverso i tornadi della mia adolescenza e sono state capaci di leggere nella filigrana delle mie parole, dei miei silenzi un po’ malconci, delle alzate di testa con mia madre. Assieme, abbiamo spartito vestiti, rossetti, sigarette, segreti e interminabili confidenze notturne. Ora ci parliamo a sei ore di distanza. Noi che abbiamo diviso tutto, oggi lo mettiamo in ordine sparso in una chat di WhatsApp.

Con Paola e Luana è stato un trio avvolgente e trasgressivo e nel contempo tremendamente indispensabile in quel tunnel della vita in cui entri piccola ed esci grande. Tra una versione di greco, una lezione di ginnastica e uno struggimento amoroso per gli anarchici insurrezionalisti pianificavamo il nostro futuro lasciandone traccia sulla smemoranda o sulla moquette della mia stanza. Ci siamo inerpicate sui sentieri di quell’età difficile con i dottor Martens, le letture di Jack Kerouac, le cinque declinazioni latine e le tre greche, i capelli colorati, e la disinvoltura di chi si sente già pronta ad abbandonare il nido. Oggi inciampiamo una nella vita dell’altra quasi per caso e molto di rado. Ma quando capita non ci raccontiamo con le parole ma con un’empatia muta ed eloquente.

Rosalba l’ha scelta la mia condizione di studente fuori sede, l’agenzia immobiliare che ci ha consegnato le chiavi della stessa casa, il signor Magnanelli che l’anno dopo ci ha aperto le porte del blocco 290. O semplicemente il fatto che ciò che avevo lasciato giù a casa, non era più il mio inizio e la mia fine, e avevo bisogno di una complice con cui andare alla scoperta del mondo. Con lei ho diviso tutti i santi giorni il pasto in mensa, il letto alle serpentine, il muro a mattoncini dove attaccare le foto. Lo Svelto-piatti, la carta igienica, la bacinella del bucato. Con lei mi addormentavo senza struccarmi lasciando sul cuscino una sindone di mascara e lacrime. Lei mi rimpinzava di vitamine a tradimento quando mi struggevo e non mangiavo per amori impossibili e non corrisposti. Quando mi smocciolavo le dita nel vano tentativo di soffiarmi il naso singhiozzando, lei mi offriva una parte di carta del suo fazzoletto sporco, scusandosi: “tieni, qua c’è ancora un angolino pulito”. Oggi ci sogniamo spesso e poi ci chiamiamo. A lei ho dato la chiave dei miei pensieri perché so che le conserverà per tutta la vita in un posto segreto e inaccessibile. Lei mi manca terribilmente.

Infine ci sono le amiche frufrù, quelle meteore che non hanno nome (perché neanche quello meritano) con cui attraversi per mano un piccolo tratto di strada e al primo bivio ti dicono: “Ciao. E’ stato bello finché è durata”. Finché ti hanno infradiciato la spalla di lacrime. Ci sono anche loro. Quelle che hanno deciso di non parlarti né di salutarti più. Quelle che sprecano le loro energie a ricordarsi di voltare la testa dall’altra parte quando ti incrociano, invece di porgerti delle semplici scuse. Quelle perennemente gravate dal fardello dell’odio che ti verrebbe da dirgli: “Cosa te ne fai di tutto quel disprezzo in sovrannumero? Quante persone puoi detestare in contemporanea, e quanto a lungo? E soprattutto, quando cresci?

Ma oggi è un giorno che vale la pena guardarsi alle spalle perché l’insignificanza di presenze che passano leggere, senza lasciare traccia di sé, non sono altro che ombre senza sostanza. E nella mia vita non vi è posto per queste ombre o amiche frufrù.

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3 novembre, 2015      14 commenti

  1. Betty

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