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25 giugno, 2013

Non è un caso. O forse si, che il primo post lo scrivo da qui. Dalla terra che mi porto nel sangue, dalla casa splendente e antisettica del mare. Da questa terrazza che guarda le acque non più limpide di un canale, ma che custodisce tutti i miei stati d’animo vissuti dai 14 anni fino ahimé ai 34. Tutte le euforie, tutti i pianti, gli amici, le sbronze, le stelle cadenti, le insolazioni, i baci, le corse in bicicletta, che hanno riempito la mia vita negli ultimi 20 anni. Che non sono pochi.

Questo è il posto che mi riporta ad un “indietro” lontano, fatto di sensazioni cosi’ forti che mi sembra di risentirle oggi nello stomaco. Ritornarci ogni anno è come inciampare, appunto, nella tana del Bianconiglio. Perchè, i ricordi delle estati da adolescente sanno essere voragini sotto ai piedi, reali ed evanescenti come se non fossero passati anni ma giorni. Sentire l’odore di un periodo, ricordare la forma di quei mesi scanditi da una quotidianità disarmante, perché solo io e le mie amiche riusciamo a trasformare la routine in intrigo e la monotonia in ritmo. E le nostre vacanze andavano più o meno così:risveglio in orario da nullafacente con la quotidiana lamentela e la conseguente furiosa litigata con mia madre per via di quella montagna di vestiti che giacevano sparsi in ogni angolo della stanza dalla sera prima. Per me è stato sempre un trauma scegliere cosa indossare la sera prima di uscire.

Dalle 11 in poi mare, spiaggia e almeno quattro ore di fila sotto il sole per arrivare a casa come un trancio di tonno sott’olio. Pennica rigenerante e la corsa in sala giochi per inserire quella monetina nel jukebox e ascoltare gli 883, e con lo sguardo della triglia innamorata guardare un lui che giocava a biliardo e che non mi cagava di una lira. La sera era sicuramente il momento più bello perché atteso e pirotecnico. La musica, lo stesso sfigatissimo locale, i falò in spiaggia e ancora lui, il tipo della sala giochi che sistematicamente mi dribblava anche di notte.

Ma le mie estati avevano principalmente quattro nomi: Paola, Luana, Jessica e Rossella. Amiche e cugine. Con due di loro condividevo anche gli inverni tristi in paese e le nostre smemorande venivano riempite di sabbia e salsedine in attesa dell’estate. Mentre, con le altre due condividevo letto, trucchi, vestiti, gli insulti di mia madre e serate di gaudente egoismo solo a luglio e agosto.

Una di loro vive a Milano e perciò, dovevamo recuperare il tempo perduto fregandocene degli effetti collaterali. Le nostre vite scorrevano su binari forzatamente separati e dovevamo raccontarci più cose possibili per affrontare assieme quei giorni.

Adesso, da due anni a questa parte le mie vacanze sono visibilmente cambiate. E anche quelle delle quattro amiche cugine. Tre di loro come me hanno sfornato figli e in spiaggia ci scendono con la borsa formato pachistano ambulante. Non portano più il walkman, il telo e le chiappe sode, ma secchiello, salvagente e cannocchiale x avvistare i nani.

Però io in questo strano posto ci torno volentieri. Qui c’è ancora il cielo pulito e le stelle cadenti. C’è il profumo di mare e oleandri, il blu cobalto dell’acqua e il grigio delle montagne. Il dialetto calabrese e l’accento del nord dei bagnanti. Qui puoi assaporare il piacere della solitudine, del silenzio e della libertà, degli abbracci appiccicosi, delle insalate di pomodori ingurgitate a cena con i venti temerari parenti. E alzarti da tavola all’una di notte nel silenzio e scoprirti felice, perché il mare inghiotte da sempre i cattivi pensieri. Perché un viaggio perfetto è quello che ti porta verso il mare, il tuo, questa terra che ti ha dato una certezza talmente forte da resistere alle distanze.

 

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25 giugno, 2013      18 commenti

  1. Anonymous
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  3. Ale Franceschetti
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