come va? Bene, ma non riconosco la mia voce.

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3 dicembre, 2014

Ciao

è passato un mese esatto. 30 giorni da quel lunedì mattina di sole e catrame.

“Come va?”è la domanda che scandisce il tempo della tua assenza.

Anche ieri sera qualcuno mi ha chiesto “come va”. Va, perché deve andare. E rispondo sempre –bene-, perché è rassicurante, per chi lo ascolta e anche per chi lo pronuncia. Evita le molli parole della serenità raccontata. La banalità della rabbia. E quello che c’è dietro. E pazienza se quando lo pronuncio non riconosco la mia voce.

“Come va?”. In verità amica mia, va che sono ancora impantanata nei ricordi di ciò che ho perso che ritrovo ovunque, perfino dentro a quel barattolo di capperi che giace in frigorifero.

“Come va?”. Va che non è semplice camminare tra i cocci e trovare frantumi dappertutto: in un’espressione, una parola, una canzone, un cappello, un maglione, una risata, un sms e per questo annaspare.

“Come va?”. Va che mi sale la rabbia quando accendo il computer e leggo la cartella “tesi Angela”. Quando non ti sento arrivare. Quando vedo qualcuna che vagamente ti assomiglia. Quando inciampo nelle tue mutande grigie e viola, nei ricordi delle serate davanti alla televisione ad abbrutirsi, nelle cene di compleanno, nelle confidenze del giardino, nei sabati sera a bere sciroppo d’acero perché si era convinti che facesse dimagrire.

“Come va?”.
Va che ci sono sere in cui vorrei piangere e basta, da sola, fino a svuotare il serbatoio delle lacrime. Va che, a un mese della tua assenza, mi concedo brevi fughe in solitudine, di nascosto, con il pudore vergognoso di chi non ha dimestichezza con il dolore.

“Come va?”.
Va che la sofferenza segue strade tortuose e imprevedibili, ti dà tregua per un po’ e ti aggredisce all’improvviso. E forse ci vorrà del tempo.

“Come va?”. Va che io ho riempito il baratro di sensi di colpa. Avrei potuto aiutarti di più (e non è retorica). Avrei potuto non risponderti a brutto muso due settimane prima. Avrei dovuto non accontentarmi di due risate al giorno e quella sicurezza che basta per non muoverti alla ricerca di un’alternativa. Avrei potuto sentirti più sorella. E provo vergogna. Della mia distanza. Della mia impotenza. Dei miei lamenti.

“Come va?” Va che dopo di te, sono successe cose non belle, e mi sono ritrovata a camminare su un sentiero impervio, pieno di insidie e sorprese. E ho scoperto quant’è falsa e cattiva certa gente. Va, che adesso posso darti ragione su alcuni e scusami se prima li sminuivo certi tuoi giudizi.

“Come va?”. 
Va che mi manchi come l’aria. Va che non te ne dovevi andare. Non adesso. Magari tra dieci anni, vent’anni te lo avrei lasciato fare con una formula diversa, con un minimo di preavviso. Ma adesso non era proprio il momento e il gesto da compiere. Però non si sceglie e quindi adesso ti telefono, ti rimprovero per questi giorni brutti, per le mie riflessioni che diventano echi e fanno rumore. Oltre che male.

No, non va bene per niente, ma con il tempo, con calma, con pazienza, con quella maledetta o benedetta elaborazione del lutto, prima o poi andrà bene sul serio.

te lo prometto.

ciao
Marica

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3 dicembre, 2014      23 commenti

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