Cocò: lo strazio è più dolce dell’indifferenza.

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27 gennaio, 2014

Ci sono momenti in cui essere nata in una terra dilaniata dalla criminalità ti presenta il conto. Uno di questi momenti si è materializzato qualche giorno fa. E’ successo a ora di pranzo, quando l’unica preoccupazione era per me, se aprire il vino bianco o quello rosso.

E’ successo che nel Paese in cui ho trascorso i primi diciotto anni della mia vita, la ‘ndrangheta (o mafia o chi per loro) ha ucciso in una vigliacca esecuzione un bimbo dell’età di mia figlia, lasciando una tristezza amara priva di qualsiasi grandezza.

Ingenuamente avevo sempre pensato che andare lontano, trasferirmi in luoghi dove il massimo della criminalità è rubare un prosciutto dal contadino, mi avrebbe aiutata. Stupidamente mi ero illusa che non sentendo quotidianamente di rapine, spaccio e clan, mi avrebbe risparmiato ricordi e struggimenti. Incautamente mi ero convinta che la distanza, non solo fisica, di un posto estraneo alla mia terra d’origine mi avrebbe protetta da quella rabbia che mi assaliva da bambina ogni qual volta un ragazzo della scuola perdeva per mano della mafia, un padre, un nonno, un fratello.

E invece no, quella notizia mi ha portata indietro nel tempo. Mi ha stordita. Mi ha lasciata incredula con un cuore pesante e muto e tanta voglia di piangere. Ma soprattutto mi ha fatto provare ancora più rabbia di allora. Perché, se nelle terre martoriate dalle guerre di clan essere bambini pare impossibile, la colpa mi sento di darla a quelle istituzioni, che ieri come oggi sono fantasmi pronti a fare BOO, dopo che ci siamo già spaventati.

Apprezzo le fiaccolate, l’appello di Papa Francesco, l’eco della notizia che dovrebbe indurre chi ha commesso un gesto così efferato, a vergognarsi a pentirsi. Ma il mea culpadovrebbero farla i servizi sociali, la scuola, il tribunale per i minori, lo Stato. Perché questa loro disattenzione ha ucciso Cocò due volte. E prima dello “sgarro” forse commesso dal nonno, Cocò ha ricevuto uno “sgarro” ancor più grande, da quanti vedevano e sapevano la storia del piccolo e della sua famiglia. E non hanno fatto niente. Ecco, vorrei che un po’ di vergogna la provassero pure loro. I tre anni di questo bambino andavano maneggiati con cura, con attenzione e con rispetto. Sottovalutarli o far finta che non esistesse è stato l’errore più grande di questa vicenda. Perché l’orizzonte della civiltà e della carità cristiana si misura dal grado di attenzione e protezione reale per i più piccoli, che in questi luoghi vanno tutelati da insidie di ogni genere, anzi prevalentemente dalle insidie umane.

Chissà chi sarebbe diventato Cocò Campolongo se non fosse stato bruciato, o se quel giorno suo nonno non l’avesse considerato uno scudo umano contro i suoi aguzzini.

Chissà se avrebbe mai frequentato un’università, una scuola o avrebbe appreso altre regole da quell’unico libro che il contesto in cui era destinato a crescere conosceva.

Chissà cosa avrebbe potuto costruire nel corso della sua vita non vissuta.

Chissà se ha mai saputo che altri bambini alla sua età frequentano le ludoteche, i corsi di nuoto, si addormentano mentre le mamme gli leggono una fiaba a lieto fine.

Chissà quante volte quei suoi occhioni neri hanno pianto lacrime di solitudine per quei genitori che non c’erano.

Chissà se udendo discorsi su debiti e droga, ha mai urlato che il debito più grande ce l’ avevano con lui. Ed era un debito di carezze e di baci.

Chissà a quante persone avrebbe potuto essere utile, da quante amato e coccolato?

Chissà se la casualità di una bizzarra condizione geografica e familiare avrebbe potuto decidere per lui, una sorte diversa.

Chissà se un giorno quelle mani assassine avranno il coraggio di accarezzare il volto di un altro bambino ed evitare di pensare al suo. Di vedere nei suoi occhi, i tuoi occhi neri spaventati.

Chissà Cocò se è proprio vero che la tua morte servirà a qualcosa. Oppure è solo un senso di orrore inevitabilmente destinato a diluirsi e spegnersi spinto in fondo ai pensieri dalle altre news, da quello che abbiamo da fare, dalla nostra vita.

Per il momento però, “le lacrime sono più belle dell’oblio, e lo strazio è più dolce dell’indifferenza: così dolce che solo a Dio sarà concesso di asciugare i nostri occhi”.

Ho un ultimo desiderio. Sono certa che prima o poi, quando tornerò dalla mia famiglia e andrò al cimitero a salutare i miei nonni passerò davanti la tua tomba. Ecco lì, sulla tua lapide mi piacerebbe leggere una frase che c’è nel giardino di una scuola di Amburgo in cui i nazisti uccisero venti bambini: “QUI SOSTA IN SILENZIO, MA QUANDO TI ALLONTANI PARLA”. Perché la tua triste storia ci insegni che non siamo più disposti al quel vizio antico di alzare bandiera bianca e di chinare il capo in segno di resa, quando la nostra terra viene bagnata di sangue innocente.

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27 gennaio, 2014      12 commenti

  1. Laura Piccinini
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  12. Roberta Alletto

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