Alle mamme capita di non tirare il freno a mano.

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7 novembre, 2015

Capita che sei orfana della preponderante e ingombrante presenza maschile da quattro giorni.

Capita che tocca a te accompagnare Purpi all’asilo.

Capita che arrivi in ritardo (ma questo capita anche alla preponderante presenza maschile).

Capita che la giornata non ti basta per fare tutto e farlo bene.

Capita che proprio di fronte all’ingresso dell’asilo ci sono due mezzi dei vigili del fuoco, una piccola folla di passanti e le voci dei pompieri nella radiolina, esattamente come in un film.

Uh signur! cosa sarà successo? Sarà caduto un albero. O forse un ragazzino dalle finestre della scuola ha lanciato qualcosa di molto pesante giù nel greppo. Magari è un gatto, un cane, un lupo o un cinghiale agonizzante e intrappolato.

(Circostanze in cui la mente si rifiuta di pensare al peggio)

E invece lì sotto c’era finita l’auto di una mamma, che dalla fretta non aveva tirato il freno a mano, e sempre dalla fretta aveva lasciato l’altra figlia, quella più piccola, nell’abitacolo.

Ho pensato che sarebbe potuto succedere a me,

alla mamma di D che anche lei corre sempre,

alla nonna di C,

al papà di S che ne ha altri due da piazzare al nido prima di sfrecciare verso l’ufficio.

A chiunque insomma.

Un’immagine, un flash, una feroce scossa di angoscia e panico. Ma per fortuna, il bidello super eroe mi tranquillizza. Stanno tutti bene (e anche grazie a lui).

Congelati i pensieri negativi. Svuotato il sentire, torno alla mia giornata, al mio lavoro e ripenso, rimugino, ribadisco:

“certo, poteva capitare anche a me”.

Perché io alcune volte, mi dimentico di mettere il freno.

Perché io vado di corsissima sempre. A volte, per comprare il pane, mia figlia la lascio in macchina da sola. Perché io sono sempre in ritardo. Sempre in guerra con il tempo.

Perché come molte mamme, vivo in prima linea. Dirigo il traffico della mia famiglia senza pater familias per buona parte della settimana, senza nonne, zie e suocere a corte. Preparo, nutro, urlo, mi infurio. Accompagno, saluto, consolo e alle 9 del mattino ho già vissuto abbastanza.

E allora, qualche volta inciampo e perdo i pezzi.

Capita di tornare all’asilo il giorno dopo. Sempre alla svelta e sempre in ritardo.

Capita di incontrare la mamma di P, la classica mamma saccente e prodiga di consigli ammorbanti e non richiesti, pallida come una meringa truccata e in perenne posa plastica. Una di quelle che ha la sindrome dell’ape regina, che non inizia la giornata se prima non ha fatto salotto nel parcheggio dell’asilo con almeno tre mamme. Una che ha marito, mamma, nonne e probabilmente anche l’amante, tutti pronti e preordinati a darle una mano.

Capita che ti vuole rendere partecipe (…strano. Non mi ha mai ca@@)

“Hai saputo cos’è successo ieri?”

Con un’impercettibile smorfia, trattiene un sospiro dolente e si cala nella sua migliore interpretazione di miss Italia nel ruolo di santa Maria Goretti: “che razza di mamma è una che lascia la figlia in macchina, o che non tira il freno!”

La guardo. E mi si accartoccia lo stomaco.

La saluto perché vado di fretta.

In macchina:

Capita di pensare che due cazzotti nella faccia dovrebbero essere consentiti, a volte.

Capita di sentire che l’involuzione è in atto e sta scalpitando per uscire.

Capita, ma forse non dovrebbe capitare che ci sono momenti in cui ti è permesso solo deglutire, una e più volte. Trattenere terrificanti impulsi, desideri di abbattere le mamme api regine che hai di fronte.

Non è capitato oggi, ma potrebbe capitare presto di scaraventarla per terra e vomitarle addosso tutto l’odio di un venerdì mattina.

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7 novembre, 2015      18 commenti

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