Un limbo ferroviario dove essere leggeri, mica frivoli!

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16 luglio, 2017

Stamane, domenica, inghiottita dal sedile 3A della carrozza cinque, di un treno che da Monopoli va verso Bari, pensavo che mica ci sono così tanti posti e luoghi dov’è possibile confondersi e mimetizzarsi. Dove provare quello strano piacere, di non essere niente per nessuno. O di essere, per ciascuno in cui inciampi, tante persone diverse, ma solo il tempo di un incrocio di sguardi. Quella col pantaloncino corto e basta. Quello che, più di venticinque anni non li ha. Che bella borsa, la sua. E quel tatuaggio sul braccio? Che lavoro farà. È felice più di me? Da chi andrà adesso.
Solo in un limbo ferroviario o sul treno, e forse in altri pochi posti pieni di sconosciuti, si ha il privilegio di non avere nessuno a cui rispondere e di cui rispondere. Di essere per qualcuno quello che non si è, o magari si è. Ma chi se ne frega!

Di riempire a piacimento il tempo o di lasciarlo vuoto perché anche il vuoto, talvolta, è riposante e concilia la riflessione.
Di avere un gran senso di anonima leggerezza, anche se può sembrare assurdo su un treno. Di onnipotente libertà.

Ecco, pensavo che ogni tanto, una beatitudine trenica, dovrebbe essere concessa a tutti. Per sentirsi più leggeri, meno grigi, abbassare la guardia e smetterla di interrogarsi sui massimi sistemi della vita. Leggeri, mica frivoli!

Poi si arriva a destinazione, si scende e quell’ebbrezza svanisce. Si torna ad essere ognuno quello che realmente è: una mamma, una figlia, un’amica. Più o meno felice o infelice di quello che sembrava dal sedile 3A. Più o meno giovane, più o meno responsabile, lieve e simpatica.

Più o meno. Si ricomincia.

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