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Lavorare da casa: la mia vita da freelance.

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22 gennaio, 2016

“Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”. Lo diceva Einstein, mi pare.

Questo per dirvi che io non sempre riesco a spiegare che lavoro faccio a chi mi circonda. Mia madre, mia sorella, gli amici, la baby sitter e Tanja catturapolvereeproblemi. Mi vedono seduta al laptop per buona parte della giornata, tra agendine, tisane, phon, muesli alla frutta. In tuta, gobba e con il culo quadrato.

Si sentono in dovere di stalkerarmi, ognuno a proprio modo:

Tanja: “mari! Veni, veni vedere macchii di olio su camicia di tuo uomo”. Finisco un pezzo è arrivo. Per Tanja pezzo è “pezzetto”, quindi cosa piccola, breve e insignificante. Tanto da riformulare la richiesta ogni tre minuti.

Madre: “perché non rispondi? Ho chiamato sei volte questa mattina.” Mamma stavo lavorando e ho disattivato la suoneria. Per mia madre se peli le carote sei materialmente impossibilitata a rispondere al telefono, ma se scrivi puoi sempre parlare in vivavoce.

Baby sitter: “ scusa, vuole la nutella posso dargliela? Vuole vedere masha e orso, posso accendere la tele? Deve fare cacca. Ha sete”. Cocca mia, ma quando io non ci sono a chi le fai ‘ste domande, al microonde?

Amica: “ho visto la macchina parcheggiata e mi sono fermata. Ho un dilemma, cosa mi metto questa sera le ballerine o è meglio una zeppa?” Per gli amici (probabilmente) il mio lavoro è cazzeggio compulsivo al computer. Quindi, tanto vale cazzeggiare in compagnia.

Compagno quando non sta sull’A14: “mi serve il tuo computer. Urgente” Per lui il mio lavoro non ha scadenze. Posso riprendere a scrivere tranquillamente alle 23 quando tutti dormono. Oppure mentre preparo la cena, carico una lavatrice e mi spulcio le sopracciglia.

Maestra: “come sei elegante questa mattina dalla vita in su”. Ho una riunione di redazione su Skype tra cinque minuti e sai com’è, il pantalone del pigiama non lo vedono. Per la maestra di mia figlia io gioco a lavorare e quindi sono un soggetto visibilmente borderline.

Postino: “ busso più volte perché lo so che sei in casa”. Lui che mi vede ogni santo giorno col mollettone rosa e l’occhio tipico da consumatrice di MDMA, pensa : ma di cos’è che vive sta tizia? Oltre, di cos’è che si fa sta tizia?

Insomma, se lavori da casa non sempre vieni presa sul serio. La vita del freelance può sembrare una cuccagna, ma il lavoro non è mai una cuccagna. E’ un lavoro vero, a volte anche dignitoso. Certo, con vantaggi tipo:

– Lavori a 9 passi dal letto. Quindi niente macchina, mezzi pubblici, traffico ecc..

– Non hai bisogno di vestirti in modo umano. Ti risparmi l’usura degli abiti.

– Puoi sorseggiare una tisana a garganella, senza disturbare i colleghi.

– Puoi pranzare alle 11 se ti viene fame.

– Non devi chiedere il permesso per andare in bagno.

– Non vieni colto dalla sindrome della pianificazione delle ferie tra colleghi.

Ma ha anche qualche svantaggio tipo:

– Non stacchi mai completamente.

– Non smetti mai di cercare altre collaborazioni, altri lavori.

– Hai cinque capi diversi, ognuno con i suoi lati oscuri. E devi distinguerli.

– Lavori da sola. Si impasta la bocca e finisci per parlare con la bottiglia di Levissima.

– Non puoi stalkerare nessun vicino di scrivania o estorcere confidenze.

– Vieni però stalkerata da amici, parenti, postini. E poi, da facebook, twitter, le email, il blog, la  macchia sul muro che ieri non c’era, il cane che abbaia, Heidi di sottofondo, le foto ritrovate mentre cercavi l’agendina viola.

Perché quando lavori da casa, lo spazio del lavoro si amalgama con gli altri, e finisci per fare troppe cose assieme, sempre.

Gli inglesi lo chiamano homeworking, ed echeggia molto meglio. È un’attività che regala indipendenza, libertà e flessibilità. Ma richiedendo anche molta ottemperanza, equilibrio e concentrazione, non è chiaramente per tutti. Oggi, ad esempio, non lo è neppure per me.

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22 gennaio, 2016      8 commenti

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