Quando le immagini raccontano storie che faranno la Storia.

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12 novembre, 2015

Ho capito che certi lavori uno ce li ha proprio appiccicati addosso, come il nome, le cicatrici, i tatuaggi o le voglie di caffelatte sulla pelle.

Penso ai medici, agli operatori umanitari, ma anche ai giornalisti, ai fotografi. A coloro che hanno scelto il mestiere di curare, salvare, accudire, tendere la mano, raccontare o immortalare le guerre, gli esodi e con loro la disperazione.

Mi sarebbe piaciuto farne parte. Anzi, terminati gli studi, ne ero quasi certa che quello era l’unico mondo che sarei stata capace di raccontare. Io che mi perdo nelle storie dolorose e perturbanti delle ingiustizie nel mondo, dei personaggi che la storia l’hanno fatta o subita, dei volti senza nome che portano pensieri ed emozioni in cui è perfino possibile riconoscersi.

L’urgenza di raccontare la verità, o quello che tutti fingono di non vedere. Il bisogno di testimoniare per costringere a riflettere. Con la presunzione, magari, che attraverso le tue parole si possa mutare il corso degli eventi.

Nel mio caso è stato solo un sogno concepito troppo tardi, e che faceva a cazzotti con tutto il resto che la vita mi aveva tolto e dato. Ma il mondo del giornalismo ne è pieno, e non solo quello.

Così in questi giorni ho avuto il piacere di conoscere una persona che con la sua macchina fotografica, ma anche con le sue parole, guarda gli abissi di questo nostro presente: una cosa simile a ciò che sognavo di fare. Ci racconta per immagini lo strazio di chi marcia lungo l’Europa, di chi sbarca, di chi rimane nello stomaco di un barcone senza via d’uscita.

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E la cosa ancor più bella è che i suoi scatti non sono solo un catalogo di sofferenza e crudeltà, ma c’è anche tanta speranza

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e l’amore

quello tra un ragazzo e una ragazza che la tragedia li ha sfiorati.

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(”Lui pensava che la “sua” lei fosse morta nell’oscurità della notte. Lei pensava che il “suo” lui fosse sparito tra le gelide onde. Entrambi speravano di rincontrarsi in cielo. Ma il destino gli regalò altri baci. La morte dovrà aspettare”.)

C’è lui che non si limita a fotografare, ma si “sporca” e si bagna le mani; che aiuta.

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Si chiama Francesco Malavolta, è nato a Corigliano Calabro e questa cosa mi inorgoglisce un po’.  Nelle sere come queste, quando il resto della famiglia va a dormire, io mi perdo in queste foto e per ognuna immagino una storia che farà la Storia, quella che i nostri figli leggeranno nei libri di scuola.

Poi, rincorro quegli sguardi che rincorrono emozioni

non pongo resistenza alle lacrime e all’indignazione,

mi lascio investire da quel che ogni scatto mi porta.

A ogni immagine mi perdo e mi innamoro.

Per lo più di sorrisi di donne,

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di gesti familiari,

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di pianti disperati,

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di sguardi diritti,

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di quel mio entusiasmo infantile per un lavoro che invidio un po’.

di quella macchia di caffelatte che la mia pelle non è stata capace di conservare,

mannaggia.

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12 novembre, 2015      7 commenti

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